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savoir-vivre: le ville dell'ozio

Esistono parole antiche che nel loro cammino verso di noi hanno mutato così tanto il loro significato fino a snaturarlo completamente e a deformarlo nell'esatto opposto. E' il caso dell'ozio, l'otium dei romani, e del suo bizzarro destino. Una parola, che insieme al suo alter ego (il negotium), scandiva i ritmi nella società romana, definendo il tempo della cultura, del pensiero, della vita pubblica e del modo di vivere. Da padre della filosofia (di vita) a padre dei vizi. Una virtù che si trasforma in peccato.



Per i Romani il tempo era un bene prezioso e per questo lo dividevano tra tempo per l'otium e tempo dedicato al negotium: due termini antitetici ma complementari, due attività, una pratica e una dello spirito, che regolavano la vita di ogni cittadino romano. Un'antitesi solo in apparenza, poiché un concetto non esisteva se non come complemento dell'altro. Negotium indicava l'attività negli affari e nella vita pubblica, l'impegno del cittadino verso la sua città, la partecipazione al consorzio umano. Otium era l'attività più intima: la cura di sé, cioè del corpo, e del sé, vale a dire della mente attraverso lo studio e la scrittura, il pensiero e la riflessione, le arti. Nella romanità l'essere inattivo non era contemplato: solo così l'uomo poteva dirsi completo ed esprimere la sua essenza, le sue potenzialità, le più alte qualità. Alcuni filosofi sostenevano, perfino, che l'otium fosse l'unica via per il raggiungimento della felicità, un diritto e un dovere per ogni essere umano da perseguire con tenacia.


Le ville di campagna, in realtà abitazioni sontuose, veri e propri palazzi imperiali trasferiti dalla città nella quiete della natura, erano i luoghi prescelti dalle famiglie notabili e abbienti per l'esercizio dell'otium in ogni sua più nobile sfaccettatura. Avevano ben compreso come la ricchezza economica dovesse servire (nel senso di essere a servizio) a circondarsi di cose belle come mosaici e affreschi raffinati, giardini lussureggianti, fontane, complessi termali, biblioteche, teatri, sale per la musica, luoghi in cui lo spirito potesse rigenerarsi grazie alla preziosa compagnia di poeti e letterati, filosofi e musici.



A più di millecinquecento anni dalla fine dell'Impero Romano, l'affanno quotidiano del lavoro totalizzante ha generato come contrappasso un concetto di ozio inteso come passività totale, catarsi collettiva del non fare, alienazione mentale e fisica, voyeurismo solitario intriso di invidia dei social networks. L'ozio è sinonimo di apatia e assenza di passioni e interessi.

Ecco perchè la (ri)scoperta dell'arte del saper vivere, della propria interiorità e della bellezza che ci circonda diventa una necessità da introdurre nel nostro quotidiano e da praticare assiduamente. Intraprendere il viaggio più misterioso di tutti, quello dell'entronauta che esplora le regioni più nascoste dell'anima e della mente, significa sentire i pensieri coperti dal rumore assordante di informazioni inutili a cui siamo sottoposti costantemente, significa prendere confidenza con noi e con gli altri, con l'umanità, quella vera, non quella nascosta dietro uno schermo, ascoltare con attenzione le parole delle persone, trarre nutrimento dall'armonia della natura e godere della grandezza delle opere dell'uomo. Prendersi cura di sé è imprescindibile per sviluppare l'equilibrio interiore, accresce l'amore per se stessi e aiuta ad amare meglio gli altri: una nuotata al mare senza l'affanno dell'abbronzatura da ostentare al ritorno a casa come segno tangibile delle vacanze, imprimendosi nella mente l'immagine dell'emozione senza l'obbligo di fotografare, liberi dall'ossessione di taggare e postare tutto e tutti in un delirio di condivisione ed esibizionismo.



Nell'ombelico della Sicilia si trovano due “ville d'ozio”, una antica e una moderna, due dimore in cui riconnettersi con il significato primigenio dell'ozio, in cui ci si può dimenticare di esistere nella forma consueta, in cui si può essere nessuno e quindi si è liberi di diventare ogni cosa.



Quella antica è la Villa Romana del Casale a Piazza Armerina, una delle più grandi e meglio conservate, con i pavimenti musivi più belli di tutto il mondo romano, un gioiello inestimabile per cui ogni parola è superflua. Diciamo solo che i vostri occhi si spalancheranno di fronte alla sua maestosa bellezza. E tanto basta.



A pochi chilometri, nel territorio di Pergusa, dove il mito narra del ratto di Proserpina, troverete la villa moderna: La Casa del Poeta. Una villa ottocentesca in pietra sorvegliata da due grandi alberi secolari che nasconde un segreto: una sapiente e attenta ristrutturazione in stile contemporaneo con pezzi di design e opere d'arte posizionate qua e là con elegante noncuranza.




Un lampadario con i pensieri lasciati dagli ospiti, l'albero delle poesie e migliaia di libri a disposizione che soddisferanno anche i più esigenti.




Un consiglio: fermatevi due giorni. Uno per immergervi nell'arte della villa del Casale e uno per immergervi nel silenzio della casa del poeta, godervi un bagno in piscina o nella vasca idromassaggio riscaldata alla luce della luna, scegliere un libro di poesie erotiche di Ritsos o Kavafis e godervi la compagnia della persona che amate.